mercoledì 14 marzo 2012
Notte rosa
Raccolgo le mie ultime energie per salutare una mamma con la propria figlia, quattro occhi azzurri che guardavano i miei, stanchi e chiusi, e raccontavano felici la notte passata insonne nel bungalow mentre la pioggia picchiava con forza sul tetto, rendendosi insopportabile. Sorrido ancora a quel piacevole sguardo di donna mentre scendo dal treno nella stazione dove ero arrivato appena due ore prima. Da solo. In mezzo ad un mare rosa, bagnato ed ondeggiante. Ma calmo. Anch'io come il mare, ubriaco e bagnato. E calmo. Anche affamato, direi. Qualcuno dorme per terra, sfinito; altri, infreddoliti, si stringono fra loro. Dei miei amici, nessuna traccia. Vedo Andrea mentre l'ultimo morso di un anonimo kebap si mescola alla carne salata fagocitata a cena; attacca a parlare ripetendo per ben tre volte l'orario di partenza del treno. Cosa che vagamente sapevo già; lo ascolto più o meno attentamente cercando con la forza del pensiero di raddrizzare il percorso sghembo delle sue parole, incerte sui piedi e sballottate di qua e di là dalla forza dell'alcol. Non vi riesco. Memorizzo l'orario, però: 6:24. La stazione è silenziosa, vuota. Il mare rosa è evaporato. Due birriannotano qualcosa sul taccuino; non credo siano numeri di telefono di avvenenti ragazze; anche perché di ragazze in giro non ne vedo. Qualche divisa FF.SS. pulisce con fare certosino il pavimento, per quanto da pulire sia rimasto ben poco. Esco con passo stanco e mi avvio verso il centro. Mi tornano alla mente le urla dei ragazzi che cercano di farsi capire in mezzo ad una musica assordante, con un bicchiere in mano ripieno del solito veleno. Ora ci sono io e il suono dei miei passi. Nessuna macchina in giro. Qualche vecchio silenzioso cammina senza guardarti, altri fermi ai lati della strada parlano sussurrando quasi ad evitare di spezzare l'incantesimo mattutino. Passo col mio zaino colmo di emozioni e di una stanchezza da guinness dei primati. Gli uccellini festeggiano l'arrivo di un nuovo giorno, l'ennesimo senza sole, con tanta pioggia durante la notte. Io quella pioggia ce l'ho ancora addosso. Le mie spalle la ricordano bene, così come le mie scarpe nelle quali l'acqua si è incontrata con la sabbia creando qualcosa di duro proprio sul fondo. Continuo ad ascoltare il silenzio, sfiorando l'asfalto per rendermi ancora più invisibile ad un popolo che lentamente si sveglia dal torpore di una notte passata nel proprio letto a dormire e sognare. Assaporo il momento lasciando scorrere emozioni sulla mia pelle, dimenticando la stanchezza e lasciando evaporare gli ultimi fumi di un fiume in piena che stanotte m'ha investito a colpi di bottiglie da 33 cl. La piazza centrale è già sveglia. Scema il cinguettìo degli uccelli a vantaggio di quello umano. Fanno da cornice qualche pianta e tanti fiori, di tutti i colori. Mi fermo un secondo, trattengo il fiato e resto basito da tanta bellezza. Ecco la gente. I loro passi, le loro voci. Seduta nei tavolini di un bar a far colazione. Davanti a un'edicola a commentare i fatti del giorno. Un bambino corre felice. Sta entrando in chiesa, ed è lì che mi accorgo che sono ancora tante le persone che sentono questo bisogno. Dalla porta aperta giunge odore d'incenso, alle mie orecchie arriva l'eco di note stanche e tediose. Lentamente prosegue la mia avanzata verso l'auto. Non ho bisogni mentre guardo la città che sbadiglia. Nell'aria vibra la Felicità, e tutti con essa. Non si può non esser felici quando, ancora nel proprio letto, ci si stropiccia gli occhi e si prende atto che anche oggi vi sarà un presente da vivere. Io stamani non mi son svegliato; neppure ieri sera; ma sono tanto felice! Felice di esserci, felice di quel che è stato, felice di non sentire il rumore di automobili. Gli uccelli scherzano e giocano tra loro e sovrastano persino le voci umane. Mi fermo un secondo, respiro. È una notte magnifica, che non dovrebbe mai finire. Subito dopo raggiungo la macchina, l'accendo e torno a casa. Cala il sipario sulla notte. E su di me, magnifico eroe insieme ai soliti, magnifici amici.
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